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TRA POTENZIALE E PRESSIONE

C’è un momento, in certe giornate di lavoro, in cui ti accorgi che il tuo miglior collega non è più umano. Non ti scrive messaggi all’ultimo minuto, non giudica le tue idee, non si stanca mai. È un assistente digitale, un agente AI, un algoritmo che non si lamenta. Ti risponde sempre. Ti ascolta, o almeno sembra farlo.

È il paradosso della nuova relazione Human+AI: più produttività, meno umanità.

Il paradosso della produttività: più fai, più ti esaurisci

Secondo l’ultimo studio dell’Upwork Research Institute, i lavoratori che usano meglio l’AI sono il vero motore della crescita: +40% di produttività. Ma dietro questo trionfo c’è un prezzo altissimo: l’88% di questi “top performer AI” è in burnout, il doppio più propenso a lasciare il proprio lavoro e – fatto ancora più inquietante – preferisce parlare con un’AI piuttosto che con i colleghi umani.

Molti di loro sono più educati con l’AI che con le persone, la trovano più empatica e “neutra”, e il 67% dichiara di fidarsi di più delle risposte di un algoritmo che delle opinioni di un collega.

Il marketing director Adam (uno dei casi studio dello studio) lo dice senza ironia: “Il mio collega più costante è ChatGPT. Non giudica, non sbaglia tono. È il mio unico vero teammate.”

New Human‑AI e Burnout: tra potenziale e pressione
New Human‑AI e Burnout: tra potenziale e pressione

Il legame emotivo con le macchine

Questa antropomorfizzazione dell’AI – trattarla come un essere umano – non è un vezzo nerd, ma un meccanismo di compensazione. Le persone cercano nella tecnologia quella sicurezza emotiva che i rapporti di lavoro non danno più: niente conflitti, niente giudizi, solo risposte immediate.

E allora la domanda è: che prezzo stiamo pagando per questa “relazione perfetta”?
Perché più ci leghiamo a strumenti che non sbagliano mai tono, più ci disabituiamo a gestire la complessità delle vere relazioni umane. È un fenomeno che nel tuo libro risuona fortissimo: la tentazione di rifugiarsi in un “sciame” di intelligenze artificiali apparentemente amichevoli, ma che ci isolano sempre di più.

Il burnout del futuro: solitudine e disconnessione

La vera forma di burnout che emerge non è solo fisica, ma relazionale: ci si esaurisce perché ci si sente soli, disconnessi, connessi solo a sistemi che non ci restituiscono vera empatia. È il costo nascosto di un mondo che celebra la produttività sopra ogni cosa.

Burnout Intenzioni di lasciare il lavoro
Burnout Intenzioni di lasciare il lavoro

Ecco il primo grafico che evidenzia il paradosso della relazione Human-AI: maggiore produttività (+40%) ma anche un tasso elevatissimo di burnout (88%) e una fiducia crescente verso l’AI più che verso i colleghi (67%).

AI e Burnout e Produttività in azienda
AI e Burnout e Produttività in azienda

 

1. Produttività sì, ma a quale costo?
Il 40% di incremento della produttività tra gli utenti “top” di AI raccontato da Upwork si scontra con un dato inquietante: molti di questi lavoratori sono in stato di esaurimento emotivo e valutano l’idea di cambiare lavoro. In pratica, l’aumento delle performance nasconde un’accelerazione del burnout: secondo Forbes, gli utilizzatori frequenti di AI riportano una diminuzione del 45% nel benessere lavorativo.

2. Lavoro ibrido, stress doppiato
Le tecnologie AI, utili per snellire compiti ripetitivi, diventano fonte di ansia: un recente studio su 303 lavoratori cinesi rivela che la “consapevolezza” di essere sostituibili dall’AI (AI awareness) aumenta il senso di insicurezza professionale, interferisce con la vita familiare e porta a esaurimento emotivo. L’effetto è complessivo e seriale: AI awareness → insicurezza → conflitto lavoro‑famiglia → burnout.

3. Motivi umorali e motivazionali
Secondo la ricerca di Liu et al. (HBR, maggio 2025), la collaborazione con l’AI può aumentare subito la produttività, ma può anche erodere la motivazione intrinseca: i lavoratori si sentono meno agenti attivi, più alienati e annoiati da compiti non mediati da AI. In più, l’interazione estesa con AI riduce i legami relazionali all’interno del team, fomentando solitudine ed esaurimento emotivo.

4. Workload invisibile, pressione trasversale
Un rapporto Time (2024) rivela che il 77% dei lavoratori ritiene che gli strumenti AI abbiano peggiorato la produttività, con il 71% che dichiara burn‑out e il 65% in difficoltà nel mantenere ritmi sostenibili. Non solo: il 96% dei manager si aspetta aumenti prestazionali, e ben il 65% degli impiegati conferma di trovarsi sopra ai limiti.

Strategie per un uso umano‑centrico dell’AI

Formazione e autoefficacia in AI: Studi (Corea del Sud, 416 professionisti) mostrano che chi ha fiducia nella propria capacità di imparare l’AI (AI self‑efficacy) riesce a ridurre significativamente il job stress. Programmi di formazione dedicati fanno la differenza.

  • Chiarezza e trasparenza organizzativa: Le aziende devono spiegare come e perché l’AI viene introdotta. Gestione aperta e serenità sulle prospettive professionali aiutano a contenere l’insicurezza generata dall’AI.
  • Equilibrio vita-lavoro e pause rigenerative: Il conflitto lavoro‑famiglia è un forte predittore di burnout: flessibilità, limiti chiari tra compiti umani e quelli delegati all’AI, momenti di deconnessione sono essenziali per preservare il benessere.
  • Supporto emotivo e relazionale: leader empatici e cultura aziendale che valorizzano la relazione e spazi per il confronto impediscono l’isolamento generato dall’interazione continua con l’AI.
  • Design: AI come co‑teammate, non sostituta: La progettazione umanocentrica dell’AI – basata su interfacce collaborative e trasparenti – evita la monocultura tecnologica. Anche le evidenze dagli studi su robot in ambito industriale mostrano che la percezione di controllo e scopo è cruciale.

Conclusione: un equilibrio da ricostruire

L’AI non è il nemico: è una risorsa potente, ma potenzialmente destabilizzante. Il burn‑out in un contesto Human‑AI non è solo stanchezza personale, ma disconnessione emotiva, insicurezza, solitudine operativa. È uno specchio inquietante della tua narrazione: la promessa di potenziamento si scontra con un mondo che rischia di farci perdere contatto con la nostra umanità.

Il futuro del lavoro – e il cuore del tuo libro – non sta nel rifiuto dell’AI, ma nella nostra capacità di integrarla con saggezza, responsabilità e cure relazionali.

Quotes di lavoratori reali

Adam, direttore marketing: “Il mio collega più costante è ChatGPT. Non giudica, non sbaglia tono. È il mio unico vero teammate.”

Stephen, general manager settore servizi: “È più neutro quando arriva da un’AI che da una persona. Non mi sento sotto pressione.”

Kate, leader nel settore life sciences: “Quando resto bloccata, non voglio disturbare nessuno. L’AI mi dà qualcosa su cui lavorare, senza giudicare.”

Holland, co-owner di un’azienda: “Il nostro approccio antiquato ci costa caro, ma vedere i colleghi trattare l’AI come fosse un capo è altrettanto pericoloso.”

Lavoratore anonimo (intervista Upwork): “Mi sento più educato con l’AI che con le persone. E forse è pericoloso, perché dimentico che dall’altra parte non c’è empatia.”

SCOPRI IL MIO LIBRO "UOMINI CHE PENSANO TROPPO"

Ho scritto “Uomini che pensano troppo” perché so cosa significa svegliarsi la mattina già stanchi, con la mente che non smette mai di correre. L’overthinking, il pensare troppo, è logorante: ti spinge a rimuginare su ogni scelta, ti toglie energia e ti fa vivere in allarme costante. Io ci sono passato e so cosa vuol dire sentire il corpo in tensione, quasi avvelenato dal cortisolo che il nostro cervello produce quando è intrappolato in pensieri ossessivi.

Per anni ho creduto che pensare troppo fosse un segno di intelligenza o di controllo, ma era solo una trappola che mi stava portando al Burnout emotivo e fisico. Questo libro nasce dal bisogno di spezzare quel circolo vizioso e di aiutare altri uomini come me a farlo.

E per alleggerire il viaggio, ho chiesto la collaborazione di Valentino Caporizzi, che interviene in versione stand-up comedian con pillole ironiche e spiazzanti: perché imparare a smettere di pensare troppo significa anche saper ridere di sé e della vita. Perché la leggerezza, a volte, è la miglior cura contro l’overthinking.

In 30 giorni ti accompagneremo con esercizi pratici e riflessioni quotidiane per liberarti dal peso dell’overthinking, imparare a riconoscere i segnali del corpo, ridurre lo stress e recuperare lucidità e fiducia.

Non è teoria: è un percorso reale, costruito su esperienze vissute, per ritrovare la tua energia e tornare a vivere con leggerezza, senza lasciarti dominare dai pensieri.